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DUCCIO TRAVAGLIA – 30 giugno 1985

DUCCIO TRAVAGLIA – 30 giugno 1985

Essere artista significa essere molte cose: se stesso/a, l’altro/a, la realtà, il tempo, la fantasia, la storia e certamente la sintesi di tutto questo tradotto in poesia. La scrittura del musicista sono le note sul pentagramma, quella del narratore le parole ma quella dell’artista visivo, chiamiamolo così, ha molteplici possibilità espressive e di linguaggio. La sua scrittura non è il segno e il colore ma anche il segno senza colore, il colore senza il segno, l’incisione su una pietra, l’intaglio di un legno, l’assemblaggio di oggetti, l’incollamento di frammenti, lo sbalzo di un metallo, la riproduzione di un’immagine e via dicendo. Insomma è questa l’unica arte che non richiede mediazione ( il compositore esige necessariamente un esecutore, il romanziere un editore ) ma che può proporre eguali sensazioni con tecniche diverse. Questo ovvio didascalico preambolo per suggerire gli spazi a disposizione dell’artista quando voglia rappresentarsi nelle sue scelte espressive.
Giovanna Bruschi ha preferito l’acquaforte che sappiamo essere sempre osso duro per chiunque, come modo di vivere la propria specificità poetica e appunto attraverso la tecnica dell’incisione più difficile e più suggestiva. Questa giovane acquafortista sviluppa i suoi interessi non però quale adesione definitiva e assoluta a un dogma applicativo e procedurale ma come metodo privilegiato per esporre la sua persuasione estetica.
Nelle sue opere sono fiori, arbusti, meditazioni, paesaggi, misteri fuori da ogni teorema e da ogni seduzione. Né rigore né esasperazione, non sensualità od opportunità ma solo un gusto lirico che fugge da preoccupazioni meramente lessicali e da condiscendenze illustrative per ordinarsi piuttosto in un fervido e armonico correlarsi di stilemi deliziosamente inglobati nei territori luminosi del sentimento. Le sue immagini non sono esacerbate dagli scatti nervosi dell’impulso e dalle banalità figurative del saputo in quanto Giovanna Bruschi legge natura e cose, voci e lontananze non con l’eretica follia della trasgressione ma con la coerente esemplarità della melodia. Le sue foglie, i suoi cespugli, le sue corolle, i suoi luoghi ritornano su queste opere con la modulazione cadenzata sui ritmi di un ascolto casto, dolce, consolante delle cose, quasi un arpeggio di antiche canzoni fermate dalla memoria. Nessuna concessione compiaciuta, nessun virtuosismo formale, nessuna sofisticazione narrativa né alcuna forzatura rappresentativa si scorgono nelle acqueforti della Bruschi, solo il piacere di una contemplazione al di dentro e la franchezza per una discorsività che non richiede l’effetto a tutti i costi ma che apre ad un racconto contenuto in cifre espressive di godibile eloquenza. Non quindi la corrività tra l’accademico o il descrittivo che odora troppo di scolasticità ma, appunto, una misura densa di motivazioni convinte e libera dagli scogli della temerarietà formale in un attraente capitolo ricco di saggi ora fantastici ora trepidanti dove il segno sicuro e
l’ombratura severa, le tracce e le linee, i contrasti e le legature, le consonanze e le espansioni, le ornature e le modulazioni, le sottolineature e le asimmetrie, le fasce scure e le acquisizioni aurorali trovano certezza lirica e appassionanti sonorità.
Dall’opera ampia, distesa e luminosa di orizzonti alla miniatura quasi millimetrica ma non aritmetica di un microcosmo di delicati conoscimenti, dai fragranti accordi di una natura vista col cuore alle verticali invocazioni di anime che vogliono congiungersi a uranici misteri, in queste esperienze di Giovanna Bruschi ogni elemento appartiene a quella poesia discreta, silenziosa che è solo di chi ha fiducia nella bellezza, di chi vive la nostalgia delle cose felici, di chi traduce in armonia i propri sogni.

GIOVANNA BRUSCHI - Via Luigi Einaudi 19 06125 Perugia (PG) - 075 5847724 - 342 5752486 giovanna.bruschi@libero.it c.f. : BRSGNN45D41G478E -