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GIOVANNI ZAVARELLA – 29/12/1997

GIOVANNI ZAVARELLA – 29/12/1997

L’esito estetico e valoriale delle acqueforti (per carità non si parli di acquetinte !) e dei disegni di Giovanna Bruschi si avvale di consolidate pregressioni culturali con ascendenze di genesi futurista e di didattica frequentazione con Maestri come Dottori, Parigi, P. Donati, riuscendo a raffigurare la simultaneità del movimento e renderlo non più come ‘momento fermato del dinamismo universale’ bensì quale ‘sensazione dinamica eternata come tale’.
Il progetto artistico non è il risultato accidentale o incidentale di un incontro casuale della Bruschi con le arti figurative; al contrario è lo sviluppo naturale di una rigorosa tendenza spirituale, di una spontanea propensione ideale, di un interiore bisogno di trasfigurazione , di una intellettuale insorgenza vitale dell’ Io, di una conseguenziale acculturazione accademica, di una sublimale emergenza dell’animo umano ‘à la recherche’ di una sindrome di bellezza per offrire la giusta vela al veliero della vita, lo scoglio dove riposare le stanche ali di un gabbiano che vuole volare al di là dell’orizzonte del finito, del precario dell’insufficienza, del determinato, lungi dal pressappochismo modale, dall’elementare paesaggismo, dal concretismo oggettuale e dalla dolciastra, stucchevole, caramellosa figurazione tanto accattivante il semplicismo popolare e sprovveduto.
La matita e l’ago sono gli strumenti tecnici-linguistici della Bruschi; per il tramite dei quali la pittrice perugina realizza l’emersione di immagini essenziali, – in una sorta di disegno in perenne dissolvenza figurazionale – arpionate lungo i sentieri iperuranici di immaginarie galassie di una fantastica cosmicità, laddove le linee, i punti, i tagli, le volute ricorrenti, i contrasti di masse, le armonie della luce e dell’ombra, si elevano in forme ascensionali con figurazioni epigonali metafisiche (non strumentali e speciose) come il sole, ragione dell’essere e del fieri.
Disegna campiture rattenute da un reticolato di linee e puntini, astrazioni geometriche e formidabili rapporti simmetrici, atmosfere sospese incantate, sculture trasformate dalla luce in una scena poetica, presenze arcane da favola senza tempo in continuità lirica con il passato.
E’ un tessuto tramato, fatto di simboli con cui l’artista esamina la matrice generatrice che sottintende l’ordine naturale e non delle cose; si tratta di un arte che si affaccia commossa e vibrante sugli abissi della coscienza, del sogno e della verità religiosa.
E’ un codice ‘genetico’ che è tratto dall’incommensurabile varietà della cosmicità e che evidenzia l’elemento contemplante, espressione di percezione visiva.
Per mezzo di una dualità di luci e di ombre – non si parli di dualismo – la Bruschi rifiuta la semplificazione cromatica e la elementarità tonale, prediligendo un percorso complesso e difficile in bianco e nero, ma foriero di gratificazioni esaltanti.
L’impianto compositivo visualizza un fiabesco mondo di pietra, un fiabesco bosco di pietra incantato, una realtà virtuale estranea all’occhio ma incisa, a caratteri indelebili nel nostro gene da cui scaturisce una ressa rissosa di emozionalità, per cui la risultanza di bellezza formale si compone e si scompone in una unitarietà dove forma e contenuto si confondono in causa ed effetto, sviluppando in tutti noi, in ciascuno di noi una forte carica emotiva che tanto bene fa al faticoso andare del pellegrino-uomo sulla valle di lacrime.
Non è arbitrario sostenere che la idealità religiosa che la Bruschi corporeizza con le categorie dell’astrazione, della essenzializzazione, della simbologia religiosa insorge non come bisogno dell’estetismo fine a se stesso, ma come esigenza prioritaria dell’energia cerebrale che costruisce dal ‘magma’ mentale la bellezza più bella del reale, forse alla maniera del ‘l’art pour l’art’, dove l’imput di ‘départ’ mira a visualizzare il miracolo che si ripete da sempre, e forse per sempre, nell’uomo del ‘cogito ergo sum’.
La figurazione interiorizzata è rielaborata in un contesto di finito che si dilata verso l’infinito, laddove le galassie si rincorrono e giocano a nascondino a la Bruschi le ‘lazzona’ con la corda della sua fervida immaginazione quasi come a voler imprigionare l’idea del divino nella ‘materia terminata’ o con i tagli e lingue segniche ‘ingrigliate’ la geometrizzazione ornamentale scientifica di tipo rinascimentale con l’obiettivo non dichiarato di unitarietà di scienza, coscienza e conoscenza.
Sono le forme non pretesto, quelle che la Bruschi utilizza, sono finalizzate alla corporeizzazione materica dei deliri tempestosi e visionari del sogno come la gioia dell’energia di vita vigorosa e positiva.
E’ l’immagine del delirio della marea ch’entro urge con proteste liriche che si avvalgono di un processo creativo, simile a quello dello scultore, vale a dire quello del togliere dal caos primigenio galattico, laddove la nostra artista sgomitola una serie di intriganti immagini poetiche che si rincorrono felici di esistere, di apparire e ‘di miracolo mostrare’, non tanto come risultanza esclusiva ed esaustiva per chi le ha create, quasi come ‘sbobinate’ dalla memoria del tempo eterno quanto per offrirsi generosamente e incommensurabilmente a chi è assetato di bellezza poetica e di poesia dell’immagine.
Una poesia dell’immagine che forse in questa seconda e non ultima, stagione della sua vita artistica la Bruschi ha aggettivato con le immagini sacre della religiosità cristiana, laddove prevale la mistericità salvifica del Cristo, inchiodato dall’ignoranza dell’uomo sul monte del Golgota e l’amore materno della Creatura–Madonna–Madre che si indefinisce in figurazioni di rara bellezza che coincidono con il valore assoluto della Madre di Gesù.
Ci fa cogliere con una sapiente distribuzione del nero e del bianco, della luce e dell’ombra, di velati panneggi, di lingue di nuvole affatate, di ammorbiditi tratti somatici, la profonda espressività di un volto di Angela da Foligno contemplante e innamorato della Suprema Letizia del Dio Creatore.
La matita sembra non appartenere all’idea di essere strumento di mediazione tra il creatore e il creato, tra l’incarnato e l’increato; anzi la matita è la fedele esecutrice di un’idea preesistente, non filtrata, nella/dalla mente e che si aggrazia di una luminosa mistericità che incarna una gioia che sconfina e che si smisura, per lo straordinario esito, in un risultato di grande spessore artistico, di grande effetto emozionale, di eccezionale bellezza nel segno di una continuità classica che la contemporanea ascendenza futurista non turba più di tanto; anzi concorre con ordinati squarci di luce a suscitare nella figura incantata e in noi ammiranti, un’onda di piacevoli flussi panici che ci conducono stupiti e ‘a bouche bèe ‘ con gli occhi fissi nel mistero di chi sa amare senza ritorno.
E non crediamo di peccare di presunzione, se osiamo affermare che Giovanna Bruschi merita attenzione valoriale, rispetto artistico, considerazione critica, e soprattutto una maggiore visibilità espositiva perché, senza voler sperimentare la ‘captatio benevolentiae’, è un vero peccato che i suoi lavori non vengano più spesso offerti alla fruizione degli innamorati e degli amanti delle arti visive.

GIOVANNA BRUSCHI - Via Luigi Einaudi 19 06125 Perugia (PG) - 075 5847724 - 342 5752486 giovanna.bruschi@libero.it c.f. : BRSGNN45D41G478E -